Disse Ida Bauer: “Se la sofferenza vi ha reso cattivi, l’avete sprecata”.
Una grande sofferenza, se profondamente integrata, trasforma le persone, elevandole spiritualmente. Una sofferenza non integrata, invece, porta spesso le persone ad arrecare ad altri lo stesso dolore che hanno dovuto subire. Sono tantissimi gli esempi di persone che hanno vissuto sofferenze immani, per poi rigenerarsi e diventare dei punti di riferimento per l’umanità. Penso per esempio a Nelson Mandela, che ha vissuto 27 lunghi anni in carcere e ha poi trasformato la sofferenza, diventando un’icona per la lotta all’apartheid. Se Nelson Mandela non avesse integrato l’immane sofferenza ingiustamente subita, una volta arrivato al potere probabilmente sarebbe diventato un leader oppressore dei bianchi.
Nel gergo tecnico, se una persona è in equilibrio su una qualsiasi tematica, si comporterà serenamente relativamente a tale tematica, mentre se non è in equilibrio, tenderà a riversare all’esterno su altri (seppure in forme diverse) lo stesso dolore che ha dovuto subire. La chiave del progresso individuale sta quindi nell’accettazione del dolore subito, utilizzabile da chiunque come potentissimo strumento per portare un po’ di luce in questa umanità un po’ persa. Dovunque ci sia violenza c’è un dolore non integrato vomitato addosso agli altri. Nessuna persona felice è violenta, chi ha bisogno di esternare la propria violenza sta urlando al mondo di non aver integrato qualche dolore.
Ciò che vale a livello individuale, si ripropone su scala più elevata a livello collettivo. Dispiace tanto vedere un popolo intero che, dopo aver subito nel ventesimo secolo violenze inaudite, non le ha minimamente integrate e riversa su altri adesso le stesse violenze che ha dovuto subire, di fatto buttando alle ortiche l’insegnamento che avrebbe potuto dare al mondo.
Dispiace ancor più dover assistere impotenti a disastri energetici impressionanti, che genereranno altro dolore e altre vendette, fino a quando non prevarrà una coscienza collettiva più illuminata, che finalmente capirà la sola cosa che è importante capire: l’unica soluzione efficace passa dall’accettazione del dolore proprio e di quello altrui, e dalla costruzione dalle macerie di quel dolore di un potentissimo e meraviglioso messaggio di pace. Fino a quando il dolore proprio sarà enfatizzato e quello altrui rinnegato, non solo resteremo al punto di partenza per la soluzione del problema, ma peggioreremo sempre più le cose. Una mia collega mi ha riferito che vedere respirare in una sessione fianco a fianco un israeliano e un palestinese è stata una delle esperienze più belle della sua vita. A livello di respiro siamo tutti uguali, sarebbe bello che ce ne rendessimo conto.