Il tempo che passa…

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Quando ero bambino, fare un’ora di fila alle Poste o in banca era quasi normale, Faceva parte della vita. Si aspettava, si chiacchierava, ci si lamentava un po’, poi arrivava il proprio turno. Il tempo sembrava avere un’altra consistenza. Forse ne avevamo di più, forse ne pretendevamo meno, forse eravamo semplicemente abituati a perderne. Oggi, però, è diverso.

Viviamo tutti cercando di incastrare impegni, telefonate, lavoro, famiglia, scadenze, messaggi, traffico, notifiche. Le giornate sembrano costruite come un puzzle in cui basta un pezzo fuori posto per far saltare tutto. In questo contesto, un’ora di attesa non è più soltanto un’ora, diventa una frattura, un tempo vuoto dentro una vita piena.

La realtà è che è un’interruzione che ci fa sentire impotenti. Mentre aspettavo, ho provato fastidio; non rabbia, forse qualcosa di più sottile: la sensazione che fosse assurdo sprecare così un pezzo della propria vita.

Poi mi sono guardato intorno. L’età media delle persone in fila era molto alta, e allora il mio disagio ha cambiato forma. Non ho più visto soltanto una coda lenta, ma un’immagine del tempo che passa. Ho avuto la sensazione che quell’ufficio postale, così come è strutturato oggi, appartenga già più al passato che al futuro, non perché le Poste non servano, non perché i servizi pubblici non siano importanti. Al contrario: sono importanti proprio perché toccano la vita quotidiana delle persone. Ma forse è il modo in cui alcuni servizi vengono ancora organizzati a non corrispondere più alla vita reale delle persone. Se oggi un’ora di fila sembra già insostenibile, cosa accadrà tra vent’anni?

È difficile immaginare che le nuove generazioni, abituate a ricevere informazioni in tempo reale, a prenotare, pagare, firmare, ordinare, confermare e comunicare da uno schermo, possano accettare serenamente di perdere un’ora per ritirare una raccomandata, non per mancanza di pazienza, ma perché il valore del tempo sarà percepito in modo sempre più netto. Forse tra vent’anni l’avviso di giacenza arriverà direttamente sul cellulare, nel momento stesso in cui il portalettere non troverà nessuno in casa, forse la raccomandata sarà depositata in una casella personale accanto al citofono, accessibile con riconoscimento facciale o altro sistema sicuro, forse non dovremo più inseguire un pezzo di carta attraverso uno sportello, ma sarà il servizio ad avvicinarsi alla nostra vita.

E forse questa non è soltanto una questione tecnologica, è una questione di rispetto, rispetto per il tempo delle persone, rispetto per chi lavora, rispetto per chi è anziano e deve ancora fare file interminabili, rispetto per chi ha figli, impegni, fragilità, difficoltà di spostamento, rispetto per chi non dovrebbe sentirsi ostaggio di una procedura.

Il futuro non dovrebbe cancellare il contatto umano, dovrebbe liberarlo dalle attese inutili, dovrebbe fare in modo che gli sportelli servano davvero quando c’è bisogno di una persona, non quando basterebbe un sistema più semplice, più intelligente, più vicino alla vita reale. Quell’ora in fila, oggi, mi ha lasciato addosso una domanda.

Quante cose continuiamo a considerare normali solo perché lo sono state per tanto tempo? Forse il cambiamento comincia proprio da lì, dal momento in cui un piccolo fastidio quotidiano smette di essere solo una lamentela e diventa una presa di coscienza, perché il tempo che perdiamo non è mai soltanto tempo, è vita.

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C’è una fiammella di luce dentro ognuno di noi che brilla. E’ nostra responsabilità trovarla ed alimentarla: nessuno al mondo verrà mai a cercarla, semplicemente perché nessuno al di fuori di noi ne conosce l’esistenza. La nostra fiammella è unica ed inimitabile e quando la facciamo brillare diamo un senso profondo alla nostra esistenza e creiamo le condizioni affinchè anche altre fiammelle attorno a noi brillino. Amo mettere le mie competenze al servizio di chi sceglie di valorizzare la sua fiammella e di mostrare al mondo la sua luce.

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