Contesteremmo mai il modo di operare di un chirurgo? Diremmo mai a un avvocato che in un suo atto inseriremmo altri riferimenti normativi? Affermeremmo che una canzone andrebbe cantata in modo diverso? Molto difficilmente, se qualcuno lo facesse gli diremmo immediatamente che ognuno è competente nel suo mestiere, e noi non abbiamo le competenze per valutare.
La vita del grafico è diversa. Contattato per tirare fuori la sua creatività, si spreme le meningi per ottenere un prodotto che sia efficace e, soprattutto, funzionale agli obiettivi che si vogliono raggiungere. Già, efficace! Il primo requisito della validità del prodotto del lavoro di un grafico è la sua efficacia nel trasmettere un messaggio che raggiunga gli obiettivi prefissati. Il punto chiave è che lui/lei sa cosa è efficace e cosa non lo è, ma spesso quando presenta un lavoro il criterio di valutazione dell’interlocutore è un altro, e si sente rispondere: “Non mi piace”. Inutile tentare di spiegare che alcune cose che piacciono all’interlocutore sono totalmente inefficaci, perché si va a finire in un terreno molto scivoloso, per una ragione molto semplice: chiunque abbia uno smartphone e un accesso a internet si sente in diritto di dire la propria sul lavoro di un grafico, chiunque sappia incollare due foto su una locandina autoprodotta pensa di avere le competenze per dialogare con un professionista del settore e, peggio ancora, il lavoro di ogni improvvisato privo di qualunque preparazione viene dalla gente comune definito: “il lavoro di un grafico”.
L’altro giorno ho assistito a una discussione surreale: un esperto di grafica diceva cosa era efficace fare e cosa no a un gruppo di persone, e queste contestavano le sue affermazioni, con frasi tipo: “No, è importante che questo particolare venga evidenziato maggiormente”, “I colori dovrebbero essere più variegati”, “Le informazioni da inserire dovrebbero essere diverse”, e così via. Tutta gente priva di qualunque tipo di competenza in merito, che però si arrogava il diritto di mettersi allo stesso livello dell’esperto e, peggio ancora, forse si considerava allo stesso livello dell’esperto.
L’ho finita per mettermi in un angolo, in silenzio, ad osservare la scena. Devo confessare che quando l’esperto parlava e il gruppo controbatteva dicendo: “No, non è così”, un istinto omicida si faceva strada dentro di me. Ho apprezzato l’aplomb dell’esperto che argomentava pacatamente le sue conclusioni, senza minimamente dire l’unica frase che avrebbe avuto senso dire in quelle circostanze: “Se io ti dico che è così, che competenze hai tu per dire che così non è”?
La riunione è finita a mezzanotte, con l’esperto che è andato via stremato con una frase che potrebbe essere così riassunta: “Fate un po’ come vi pare, io vado a dormire”.